TFR IN BUSTA PAGA, NELLE GRANDI AZIENDE È UN FLOP

Almeno per ora si sta rivelando un flop l’operazione Tfr in busta paga, decisa dal Governo per sostenere i consumi. A quasi due mesi dall’avvio (il 3 aprile scorso), nelle grandi imprese la scelta è stata compiuta soltanto da 567 lavoratori (cioè lo 0,06%) rispetto a un campione di un milione. L’indicazione viene dai dati raccolti dalla Fondazione studi consulenti del lavoro. La norma (prevista dalla legge di Stabilità per il 2015) che prevede la possibilità per i dipendenti privati di richiedere il versamento in busta paga del Tfr accantonato sino al 30 giugno 2018 (alla scadenza dell’operazione) è entrata in vigore il 3 aprile scorso. A partire da questa data, quindi, i lavoratori possono richiedere che sia liquidato in busta paga il Tfr che matureranno fino a giugno 2018. La liquidazione del dipendente che ha fatto richiesta è ammessa a partire dal mese successivo a quello di presentazione dell’istanza, cioè a partire dallo scorso mese di maggio.Nei giorni scorsi sono partite le elaborazioni degli stipendi del mese di maggio 2015 da parte dei consulenti del lavoro, relative a sette milioni di dipendenti e oltre un milione di aziende. In questa prima fase sono stati analizzati i dati delle grandi imprese (che mediamente occupano più di cinquecento dipendenti); nei prossimi giorni l’analisi si sposterà sulle micro-imprese.Fra i 567 lavoratori che hanno richiesto il Tfr in busta paga, il 75% è al Centro-Nord, il 25% al Sud. Il 43% lavora nel commercio, terziario e turismo, il 18% nell’industria, il 9% nella piccola industria, il 12% nell’artigianato e il 18% in altri settori. Quasi la metà dei lavoratori che sinora hanno richiesto il Tfr in busta paga ha una retribuzione compresa fra 20mila e 30mila euro, il 25% fino a 20mila euro e il 19% fra 30mila e 40mila euro. Soltanto il 10% dei lavoratori che hanno scelto di ricevere il Tfr in busta paga l’ha prelevato da un fondo pensione; , negli altri casi il Tfr era destinato all’Inps perché si trattava di aziende con più di 50 dipendenti. In un campione significativo di lavoratori che non hanno richiesto il Tfr in busta paga, il 60% lo ha fatto perché è troppo penalizzante la tassazione ordinaria prevista in quest’ipotesi, mentre per il 16% “togliere il Tfr dal fondo pensione mi crea un danno per la pensione”; il 20% non ha ancora valutato adeguatamente e il 4% per altri motivi.”All'indomani dell'approvazione dell'operazione Tfr in busta paga, i consulenti del lavoro avevano preventivato una scarsa adesione”, commenta Marina Calderone, Presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, “oggi ne abbiamo la conferma, e il dato non ci stupisce. Quest’insuccesso è l'ennesima dimostrazione che la politica ha spesso la percezione delle esigenze del mondo del lavoro, ma non è in stretto contatto con chi parla tutti i giorni con lavoratori e imprese. La bontà del provvedimento è apprezzabile, ma non la sua struttura tecnica, perché la tassazione applicata a questa misura ne ha determinato il suo insuccesso fino a oggi. I consulenti del lavoro gestiscono circa otto milioni di rapporti di lavoro e sono come sempre, attraverso il Consiglio nazionale che presiedo, a disposizione del Governo per studiare preventivamente e in corso d'opera qualsiasi misura vada a impattare sul mondo del lavoro e dei lavoratori”.